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La Casa di Paolo

" Caro amico
nella ovvia impossibilità di scrivere singolarmente ai più di 8.000 iscritti al Movimento delle Agende Rosse dal 2010 al 2015, invio a ciascuno di voi i miei più sinceri auguri, nella speranza che abbiate trascorso un sereno Natale e che ci attenda tutti un anno nuovo che, più di quello finito, si avvicini agli ideali di Verità e di Giustizia per i quali combattiamo la nostra lotta.
Da anni, con nel cuore la rabbia e la speranza, per affermare questi ideali. Stiamo combattendo una lotta di RESISTENZA senza tregua, senza fine, senza mai arrenderci o scoraggiarci, ma anzi moltiplicando le nostre forze quando gli ostacoli appaiono più alti e più difficile da superare.
La nostra bandiera è una AGENDA ROSSA che non vuol essere soltanto un ricordo di Paolo e dei suoi ragazzi, ma il simbolo della lotta per la loro memoria, per realizzare il SOGNO per cui hanno sacrificato la loro vita. Levando in alto questa bandiera da anni combattiamo la nostra lotta di RESISTENZA, ma gli anni passano e il tempo che mi rimane si assottiglia sempre di più.
È per questo che ho impegnato questo anno per realizzare un mio sogno, quello di fare tornare Paolo alla Kalsa, il quartiere dove siamo nati e dove abbiamo vissuto da ragazzi. In questo quartiere, insieme al nostro movimento, ho voluto fare nascere un posto dove chiunque, negli anni che verranno, possa venire a trovare Paolo, non al cimitero o nella via dove lo hanno ucciso, ma nel quartiere dove siamo nati, dove abbiamo giocato per le strade, dove siamo andati a scuola insieme a tanti bambini, alcuni dei quali sono poi finiti nella perversa spirale che dalla povertà e dall’emarginazione porta alla criminalità e alla mafia, quel cancro che da sempre ha corroso la nostra terra e che ora, entrato in metastasi, ha intaccato l’intero tessuto del nostro paese.
Per fare nascere la Casa di Paolo ho utilizzato i locali della nostra vecchia farmacia in via della Vetriera, che ho dovuto recuperare dal loro stato di degrado, e dei locali attigui, sottostanti al balcone della casa dove Paolo è nato, che sono riuscito ad acquisire a mie spese. I locali sono stati riadattati grazie ad una sottoscrizione pubblica, nata per iniziativa della poetessa siciliana Lina La Mattina, alla quale hanno partecipato sia gli aderenti al Movimento sia tanti comuni cittadini che hanno voluto dare il loro aiuto. Ha cominciato così a vivere un posto nel quale la gente, anche quando io non ci sarò più, potrà andare a cercare e a trovare Paolo. Non una “casa di memoria”, ma qualcosa di vivo, dove i ragazzi a rischio del quartiere potranno trovare una alternativa a quella perversa spirale che che potrebbe inghiottire tanti di loro come i nostri compagni di giochi di un tempo.
Nella Casa di Paolo, grazie ai volontari del Gruppo delle Agende Rosse di Palermo, è già nato ed è attivo un doposcuola e a breve, grazie ai computers che ci sono stati donati, nascerà una scuola di informatica nella quale io stesso potrò insegnare ai ragazzi il mio mestiere, l’uso dei computers come strumento di lavoro.
Per potere vivere e sostenersi la Casa di Paolo ha però bisogno dell’aiuto di tutti, sia a livello di volontariato sia a livello economico, e per questo ho realizzato al suo interno una foresteria, piccola ma indipendente, con 8 posti letto, bagno, cucina e locali per il pranzo e per il soggiorno, dove chi vorrà aiutarci potrà prestare dei periodi di volontariato alloggiando nella Casa per tutto il periodo dello stesso. Le risorse economiche necessarie per il mantenimento e l’accrescimento delle attività della Casa di Paolo, poiché ho deciso di non chiedere nulla alle Istituzioni, dalle quali pretendo solo Verità e Giustizia, dipenderanno dalle libere contribuzioni da parte di tutti quelli che vorranno aiutarmi. Basterebbe che ciascuno degli iscritti al nostro Movimento offrisse anche solo un piccolo mattone, una piccola offerta volontaria, per rendere la nostra Casa più grande e più solida. Chi volesse farlo potrà fare la sua donazione, tramite Paypal o Carta di Credito, accreditando l’IBAN dell’Associazione le Agende Rosse, che ha breve assumerà la statuto di ONLUS:
IT19D0335901600100000116925
indicando nella motivazione “Casa di Paolo” (vedi sito www.19luglio1992.com). Mi spiace essere costretto, approfittando di questi auguri, a chiedervi anche questo piccolo sacrificio ma da solo non potrei mai farcela. Rinnovandovi il mio più sincero augurio per l'anno iniziato spero di potere incontrare un giorno ciascuno di voi nella nostra Casa di Paolo."

Salvatore

La casa di Paolo



Salvatore Borsellino ha un sogno.
"Voglio fare tornare Paolo alla Kalsa, il quartiere dove siamo nati, dove abbiamo giocato per le strade, dove siamo andati a scuola insieme a tanti bambini alcuni dei quali sono poi finiti nelle spire perverse della mafia, del cancro che corrode la nostra terra.
Voglio fare tornare Paolo nella casa dove è nato in maniera che, quando neanche io ci sarò più, ci sia un posto dove la gente possa andare a trovare Paolo, un posto che non sia però una “casa di memoria” ma qualcosa di vivo, dove i ragazzi problematici del quartiere possano trovare una alternativa alla perversa spirale dei quartieri poveri di Palermo. (...)
Per la “Casa di Paolo” utilizzerò i locali della nostra vecchia farmacia in Via Vetriera e dei locali attigui, sottostanti al balcone della casa dove Paolo è nato, che ho già acquisito a mie spese. Ho già iniziato i lavori necessari per adattare i locali, che si trovavano in un pessimo stato di conservazione...
Per questo motivo è stata avviata col tesseramento delle Agende Rosse una raccolta fondi, con info sul sito 19luglio1992.com (da cui è tratto il corsivo sopra). Ci saranno iniziative, come in questi giorni la mostra a Rozzano del pittore sociale Gaetano Porcasi. Cascina Grande, via Togliatti 1, dalle 9 alle 19, fino al 19 aprile.

Io ricordo

Ho 40 anni, lavoro nel sociale, precario come tanti, troppi.
Dopo l'esperienza nell'estrema sinistra non volevo più partecipare a presidi, cortei, assemblee, manco mi sarei pensato a tenere un blog. Ma c'era un discorso sospeso, pieno di punti oscuri, dal '93, quando era esplosa la bomba al Pac, in via Palestro a Milano: era difficile mettere a fuoco il motivo. Dopo la deflagrazione ero sul posto, ricordo fiamme, confusione e la visione devastante che mi colse all'improvviso, quando scorsi qualcosa di incerto, in mezzo ai rami di un albero: erano resti umani, era un pezzo di qualcuno. Pochi giorni dopo i centri sociali scesero in piazza ma si tennero distanti dal corteo ufficiale, senza imboccare via Palestro ma si guardava verso il Pac, come verso qualcosa di imperscrutabile, cercando di afferrare il senso di tanta brutalità. Ancora una bomba a colpire innocenti, ma non era più tempo di strategia della tensione. O forse sì. Attualizzata. Negli anni si comprese che quello era un fax della mafia. Contro il 41bis, in piena trattativa tra stato e Cosa Nostra. E oggi...
Oggi il perseverare del malaffare ha gettato il paese in un baratro di disperazione. Casa, lavoro, ambiente, cultura, salute, servizi sociali, scuola, socialità, tutto è in secondo piano rispetto a interessi privati. Uno slogan dei centri sociali denunciava la "mafia dei partiti". Ma mi addolorava vedere che non c'era nessun cambiamento, cioè rivoluzione, intorno a me. Mi affliggevo quando, al Leoncavallo, ero in mezzo a figli di consoli, stilisti, gioiellieri, industriali: che cavolo avevo da spartire con loro? Modaioli, che via via son ritornati - infatti - tutti in un percorso semplice, strade spianate, dove non è dramma sopravvivere. Da tempo però ho ritrovato libertà di dissentire, di dire la mia, di cercare di fare qualcosa insieme ad altri resistenti, su questo treno senza freni che è il nostro sciagurato paese, in balia di mafiosi e politici collusi. Come trovo ricco di senso lavorare nel "sociale", così non me la sento di stare alla finestra a guardare questa ondata di morte collettiva. Perciò il blog lambisce ossessivamente il discorso antimafioso. E' il riflesso del rispetto del coraggio di persone come Giulio Cavalli, Benny Calasanzio, Salvatore Borsellino, Antonella Mascali, Daniele Luttazzi... Percorsi e anime eterogenee, com'è giusto che sia, ma con un amore sincero per un dignitoso vivere in comune, nel ricordo di chi ha pagato duramente per aver lottato contro la mafia.
Rostagno intervista Borsellino
Come Mauro Rostagno: aperta la comunità terapeutica Saman vicino a Trapani, per il recupero di tossicodipendenti, alcuni li aveva coinvolti a lavorare nella tv locale Radio Tele Cine, per mezzo della quale denunciava l'intreccio politico-mafioso. Aveva contattato Falcone per rivelargli qualcosa che aveva scoperto (un traffico d'armi che era riuscito a filmare, qualcosa in cui c'entravano il Psi di Craxi e, anni dopo, l'assassinio Alpi); Mauro conosceva e aveva intervistato Borsellino, per il quale provava rispetto. Fu proprio il giudice tra i primi ad arrivare a Saman la sera dopo l'omicidio di Rostagno. Entrambi sapevano dello spaccio quale linfa per la mafia e soprattutto della potenza nefasta del matrimonio tra macrocriminalità e politica, anche per via massonica; perciò mafiosi, agenti dei servizi segreti e politici collusi avrebbero dovuto rubare qualcosa ad ambedue, dopo averli trucidati: una videocassetta nel caso del sociologo torinese, la nota agenda rossa in quello del giudice palermitano. Erano le prove contro qualcuno di potente. Ma bastava solo il loro impegno per condannarli a morte da Riina e dai boss che approvarono la morte di Rostagno, colpevole di aver attaccato Cosa Nostra e di aver ritrovato quella commistione tra stato, servizi segreti, massoneria e mafia che analogamente fu oggetto delle indagini di Borsellino. Rostagno faceva nomi e cognomi e aveva uno stile giocoso ma lucido, molto simile a quello di Impastato: Peppino usava la radio, Mauro la televisione. Si erano conosciuti e fatto molto lavoro politico insieme, in Lotta continua. Ecco quindi il filo rosso che chiarisce che il nemico è sempre lo stesso, che nuoce alla collettività intera e noi... noi, non abbiamo, ancora una volta, che da perdere le catene che ci opprimono.

C'è uno stato...

C'è uno stato che volta le spalle ai suoi uomini migliori e li lascia prede dei nemici dello stato stesso.  C'è uno stato che sbatte la porta in faccia a chi a bisogno, che si tratti di casa, lavoro, scuola, cultura o assistenza. C'è uno stato che considera i disabili "parassiti" e li lascia senza aiuti. C'è uno stato che porge le  proprie vene all'impianto del cancro della grande criminalità organizzata e degli evasori finanziari, premiandoli  - e  invece punisce, implacabile, i piccoli delinquenti e chi commette piccole infrazioni. C'è uno stato che distrugge se stesso, i suoi paesaggi, urbani e naturistici, e li lascia divorare dalla speculazione edilizia. C'è uno stato che permette che i suoi servi in divisa possano uccidere cittadini comuni, senza tema di essere perseguiti, ma anzi promossi, permeando quelle divise di orribile vergogna. C'è uno stato che muore e fa morire. C'è uno stato che deve essere fermato. O sarà la fine di ogni possibile concordia, e noi saremo gettati in un futuro prossimo simile al film "Blade Runner": un futuro buio, freddo, pieno di pioggia  sporca e di esseri senz'anima.

Tangenziale Craxi

Oggi è l'anniversario della nascita di Paolo Borsellino, risalente al 1940. Se si scrive il suo nome nel sito "Tuttocittà", indicando come città Milano, la maschera di ricerca richiede di selezionare l'indirizzo corretto, mentre ricorda le vie a lui intitolate nell'hinterland milanese: a Opera, Vimodrone e Novate Milanese (in quest'ultima la dedica comprende anche l'amico Giovanni Falcone). Milano Gomorra! Se la memoria che passa dal dedicare strade ed edifici ai nemici della mafia rode ai mafiosi stessi, vale anche l'inverso: intitolare vie e piazze ai grandi criminali ha un forte valore di approvazione per i maxidelinquenti ancora in vita. B. pianse come un lattante ai funerali di Craxi. Era immedesimazione: il grande criminale di Arcore non vorrebbe certo, per via di condanne a decine di anni di reclusione, dover riparare all'estero, come invece poco tempo fa gli ha suggerito - provocatoriamente - De Magistris. Queste riabilitazioni sono simboliche e, come tali, potenti. Il tempo passa, parce sepulto, oggi definito vittima del sistema da, guarda caso, un amico degli amici, dal ghigno crudele e foriero di sventure (altrui), quel Renato Schifani che il vulcanico Salvatore Borsellino non vuole più vedere alle commemorazioni in via D'Amelio.
Il sito del Tuttocittà è un po' più intelligente della Moratti: se si scrive come città "Milano" e nel riquadro della via "Craxi", lui subito corregge indicando via Lorenzo di Credi, pittore rinascimentale, non un politico corrotto - capace di far più che raddoppiare il debito pubblico.

«Ricordo l'incontro con la vedova di Pio La Torre, guardinga. Mi spiegò che eravamo vittime non di "segreti di Stato", ma di "delitti di Stato"»                                                                            Rosaria Schifani